




I had a friend once, her name was Adele.
«Devi correre Adele! Devi CORRERE!» stava ancora urlandole alle spalle. Lei spinse ancora di più le gambe e lo raggiunse stringendosi con le mani il fianco. Sentiva pulsarci dentro il cuore.
Lei non era come lui, non era alta, bella, atletica, con molti ammiratori. Era decisamente l’opposto.
Spinse ancora sulle gambe per non mostrarsi debole e lui le sorrise, forse vedeva lo sforzo che lei faceva per stargli accanto, o forse le sorrise perché non sapeva cosa dire.
Arrivò in fondo alla pista con le gambe tremanti, si accasciò sulle ginocchia e li rimase per parecchio tempo; quando fu certa di averne la forza, alzò al testa e lo vide, seduto a pochi passi da lei, le braccia attorno alle ginocchia ed il viso roseo dallo sforzo per la corsa, i grandi occhi azzurri chiusi ed un sorriso di beatitudine sul volto magro e sfilato. Adele sorrise tra se e se rimettendosi in piedi, nella sua tuta larga che le nascondeva la ciccia; se ne andò via dalla pista.
Adele spinse la porta del bar con forza, la rabbia le montava dentro come fuoco che bruciava parte di lei, forse il cuore o forse i polmoni, non era importante. Oltrepassò il suo tavolo, dove vi era seduto con gli amici ed Ottavia, sua cugina, ed uscì dall’altro lato del locale, il lato che dava verso i campi da pallone e la piscina. A passo rapido, in scarpe non adatte a lei si avviò verso quest’ultima, imprecando tra se e se la sua stupidità.
“Come posso pretendere che anche solo osi pensare a me? Come posso pretendere che si curi di me?”
Si diede della stupida e si tolse le scarpe per attraversare la vasca per il risciacquo delle ciabatte, non si accorse della figura che l’aveva seguita se non quando questa aveva aperto la bocca
«Adele?» quando la sua voce raggiunse le orecchie di lei, si volse di scatto lasciando cadere le scarpe. Era a piedi nudi sulle pietre fredde della zona piscina, col cuore in tumulto ed i polmoni in fiamme ma la sua testa, oh, la sua testa fluttuava per il solo fatto che lui l’avesse chiamata per nome.
«Si?»
«C’è qualcosa che non va?»
«Nulla, nulla»
Sorrise e la lasciò sola. Vedendolo attraversare il parco per tornare al bar non riuscì a trattenersi e pianse seduta sul bordo bianco della piscina coi piedi a mollo nell’acqua calda di un mattino di luglio.
«Credevo fossi a casa, non ti ho vista tutta la mattina!» Memole parlava mangiando un ghiacciolo alla fragola alle tre del pomeriggio. Adele, con gli occhiali da sole di Angie sul naso sorrideva di plastica seduta sulla sdraio bianca in pantaloncini e t-shirt.
«C’ero, ma sono stata alla pista di pattinaggio» rispose osservando l’acqua della piscina incresparsi sotto i tuffi dei ragazzini che le circondavano; non voleva pensare. Non riusciva a staccare il cervello da quella mattina. E lui apparve, in un costume da bagno azzurro, i capelli scompigliati ed i piedi scalzi, l’asciugamano verde in spalla. Al suo fianco, c’era Ottavia con il suo sorriso più smagliante ed il microbikini più costoso. Adele si fece piccola piccola, ma non abbastanza.
«Ade, ti spiace si ci mettiamo qui? No vero?» con voce melliflua e senza dar tempo di replica Ottavia preparò il suo giaciglio accanto alla cugina nascosta da enormi occhiali da sole, lui per la prima volta da quando era entrato in piscina, si volse verso la piccola Adele
«Tutto bene Del?» il suo sorriso ingenuo fece stringere il cuore di Adele che annuì sentendosi una morsa nella cassa toracica.
“Come può fare questo? Come può farmi stare così male e così bene allo stesso tempo?”
Ma era troppo piccola per avere una risposta, troppo piccola anche solo per capire.
Corse fin quando non si accasciò contro la rete metallica ansimando. Era troppo anche per lei, annaspando per l’aria si maledisse per permettere ad una persona estranea di farle questo, di renderla così inerme. Il rumore di passi la fece voltare; sapeva che i passi gli appartenevano, ed era felice che lui l’avesse vista scappare, che l’avesse notata uscire, ma non voleva che la vedesse ora, così fragile, con gli occhi ancora una volta pieni di lacrime. Tirò su col naso e lo sentì fermarsi a pochi passi, sentiva il suo profumo nell’aria, un misto di cloro e bagnoschiuma. Era un ottimo odore.
«Perché scappi sempre?» chiese con semplicità
«Non lo so»
«Non dovresti» disse facendo un passo avanti. E ancora un altro. E un altro.
Per quanto si sforzasse di non alzare gli occhi, Adele sapeva che lui era li. Proprio li, di fronte a lei, sapeva anche che se solo avesse allungato un po’ il braccio avrebbe potuto toccarlo.
Non lo fece. Ne lui si mosse.
In quel momento però, non c’era più niente che contasse per lei. Ne sofferenza, ne dolore, ne rabbia. C’erano solo loro.
Ed un secondo.
Che svanì subito. Quando Memole ed Ottavia uscendo dal locale cominciarono a chiamare i loro nomi.
«Dovresti andare, non vorrei che ti trovassero qui» a denti strettì la piccola Adele riuscì a pronunciare quelle parole che, se non fosse stato per la sua enorme forza di volontà, sarebbero ancora li, piantate in gola. Lui non disse nulla e solo se ne andò, lasciandola ora sola con tutti i suoi demoni.
Risvoltando le maniche della camicia a quadretti venne placata all’entrata dello spogliatoio dove stava andando a riprendere la sua borsa, due braccia bronzee la tirarono all’interno senza darle tempo di realizzare cosa era successo.
«Ascolta» la sua voce risuonava cupa nel piccolo stanzino di legno in mezzo al praticello ben curato sul quale si trovava, lei appoggiata contro la parete dell’angusto spazio, annuì senza guardarlo direttamente, lui riprese respirandole addosso profumo al limone
«Devi darmi una mano con Ottavia… Io, insomma, mi piace»
Ce la mise tutta Adele per restare li, in quel buco con lui, ma il suo cervello si disconnesse completamente.
Il dolore era troppo per poterlo sopportare
«Adele, ti prego, non puoi essere così infantile!» Memole qualche passo indietro ciondolava dietro ad Adele, ora un po’ cresciuta ma pur sempre piccola. Si, cresciuta perché per la prima volta nella sua breve vita aveva scoperto cosa significava avere il cuore a pezzi.
«Non è infantile! E’ un lavoro bellissimo! Ed io lo farò» Accelerò il passo verso il bar e vi entrò sorridente. Si imponeva di sorridere per non mostrare a nessuno quanto in realtà la voglia di sorridere non ci fosse.
Heidi la accolse con un abbraccio sulla porta mentre lasciava cadere il suo zaino verde.
«Non ti sei ancora stancata della piscina?» le chiese lasciandola andare e spostandosi dietro il bancone del bar, Adele fece di no con la testa ed Heidi parlò di nuovo
«Beh, oggi siete solo voi tre, tu, Memole e ***»
«Come mai?» chiese Memole mentre prendeva due bottigliette d’acqua dal frigo
«Perché tecnicamente bisognava fare la pulizia dei filtri, ma ce la siamo sbrigata questa mattina, ed allora…» lasciò in sospeso al frase concludendo con un occhiolino, Memole felice della scoperta saltellò per il bar, Adele sorrise cercando di sforzarsi più che poteva. Le due amiche s’incamminarono per la piscina quando lo videro appoggiato al cancello, le vide e le salutò. Memole gli corse incontro mentre Adele rallentò fino a fermarsi ad una decina di passi; entrambi la osservarono, lei portò le mani a stringersi la pancia, piegò la testa in avanti
«Scusate» e si volse tornando al bar.
Quel sorriso, non poteva reggerlo.
Tuuuu-tu.
Tuuuuu-tu.
Il telefono squillava a vuoto da ore ormai. Non riusciva più a capire. Era colpa sua? O era colpa di un semplice mal di pancia? Adele lo stava evitando oppure era una sua impressione? E perché allora faceva così male sapere che lei non era li? Non era forse cotto di Ottavia? E che senso aveva allora tutto quel preoccuparsi per la piccola Del?
Del. Era l’unico a chiamarla così, per tutti era Adele, o Ade. Ma lui non riusciva a chiamarla così, era solo Del.
Prese il telefono e provò ancora a chiamare.
Ancora una volta squillò a vuoto.
«E allora cosa?! Non mi pare fosse tuo! Non c’era il tuo nome!» Ottavia sbandierò un foglio strappato in quattro parti sotto il naso di Adele che, a pugni stretti stava cercando di difendersi
«Tu SAPEVI che era mio! Sono l’unica che disegna! L’unica!» urlò agitando un dito piccolo e tozzo davanti al viso della cugina che rispose prontamente
«Senti, abbassa la voce, non siamo mica nella giungla»e così dicendo liquidò Adele che si ritrovò ancora un volta sulla stradina verso la pista di pattinaggio da sola e demoralizzata.
«Del» chiamò la sua voce mentre lei senza vederlo lo sorpassava. La piccola trasalì e finalmente lo scorse, stava raccogliendo l’erba tagliata nel campo libero vicino alla pista da pattinaggio; Adele si fece coraggio ed alzò una mano in segno di saluto, lui le fece cenno di avvicinarsi, lei a malincuore si avvicinò e lui le sorrise
«Che succede?»
«Niente»
«Allora perché scappi?»
«Non è vero» rispose Adele voltandosi, lui lasciò andare il rastrello e si avvicinò a lei, le appoggiò la mano sottile ed abbronzata sulla spalla avvolta dalla maglietta di un colore vicino al viola, ma lei non ci stette. Si allontanò bruscamente spingendo via la mano di lui; lo sguardo di *** era un misto tra lo sconvolto ed il preoccupato
«Senti, non devi preoccuparti per me ok? Me la cavo da sola».
E così dicendo se ne andò all’interno della pista di pattinaggio.
Lui rimase ad osservare il suo posto ormai vuoto.
Adele aveva smesso di frequentare il centro da due settimane quando Heidi chiamò a casa sua per avere notizie, la madre di Adele, a domande che lei non poteva sentire rispose:
- No, sta bene, ultimamente è un po’ pallida ed ha perso l’appetito
- Ma certo! Oggi la mando di sicuro!
- Ah si? E’ preoccupato per lei? Ma che dolce!
- Ma certo, a più tardi.
E fu così, che ancora una volta, Adele stava varcando l’entrata del centro in compagnia di sua madre, Memole l’attendeva all’esterno del bar, nel dehor decorato di paglia ed enormi fiori, seduta al grande tavolo pentagonale non era sola; alla sua destra sedeva lui; i capelli sbiaditi dal sole ancora più biondi, gli occhi arrossati e leggermente cerchiati, ed una polo viola senza un bottone. La madre di Adele la spinse leggermente sorridendole, ed Adele, facendosi coraggio si avvicinò a Memole.
«Allora Ade! Ma dove sei sparita? Mi sei mancata!» disse la ragazza balzando dalla sedia ed abbracciando l’amica. Adele si scusò, ma i suoi occhi di un colore indefinibile, non si rivolsero al ragazzo che sedeva immobile osservandola rigido.
«Dobbiamo parlare» *** sbucò alle spalle di Adele che stava seduta su una delle gradinate affacciate sul campo da tennis, la ragazzina non volse nemmeno la testa verso il compagno, sapeva cosa doveva dirle e non voleva sentirlo.
«Del. Dobbiamo parlare»
«*** non sono sorda, ho sentito. Parla» disse lei alzando finalmente il capo. Ma quel che successe non fu quel che lei si aspettava. Il ragazzo le strinse il mento con una mano, afferrandole il polso e si avvicinò di scatto. I suoi occhi penetranti incatenavano gli occhi della piccola Adele, ma non la sua mente.
«NO!» gridò la piccola.
Lui lasciò andare di colpo la presa e scappò via saltando agilmente oltre il parapetto. Adele, sconvolta, osservò le gradinate vuote mentre la pioggia, leggera, cominciava a scenderle addosso.
«Heidi, cosa vuoi dire che non è tornato?» il padre di *** stava chiedendo alla moglie di loro figlio, quando Adele comparve alla loro vista entrambi le rivolsero uno sguardo ansioso
«Tesoro, *** era con te?»
«No, perché?» chiese la piccola Adele osservando entrambi i genitori del ragazzo scambiarsi sguardi preoccupati
«Non riusciamo a trovarlo. Ha anche il telefono staccato».
Ma Adele ormai era già fuori; nonostante la pioggia scrosciante le inondasse la camicia già fradicia lei correva, come aveva corso quella prima volta. E lei, sapeva dove guardare.
Raggiunse il baraccone in disuso dove una volta, quando la pista aveva ancora una squadra ufficiale, i ragazzi vi mettevano gli attrezzi. Quel baraccone era sempre chiuso a chiave, ma Adele sapeva, che lui sarebbe stato li.
Non bussò, ma girò la maniglia e fu stupita di quel che vide. All’internò una lampadina d’emergenza diffondeva una luce azzurra, grazie ad un foglio di carta velina che copriva il vetro, in un angolo, una vecchia poltrona marrone e dipinta giaceva vuota. La porta si chiuse bruscamente alle spalle di Adele.
«Come mi hai trovato?» *** domandò sorpreso di vederla
«…smrdvtrvi» biascicò Adele, arrossendo anche se lui non poteva vedere il suo colorito cambiare
«Come?»
«…io so sempre dove trovarti» ripetè a voce più alta.
Le mani del ragazzo le sfiorarono le spalle, il collo, scesero sulle braccia e poi la strinsero, abbassò il capo biondo sulla spalla della ragazzina e così rimase per un secondo o forse un secolo.
«L’idea di farsi un bagno in piscina sotto il cielo grigio fu di lui, che di sicuro non aveva paura che un fulmine potesse colpirli all’improvviso. Strinse la mano di Adele e, attraversando di corsa i campi di calcio che li separavano dall’entrata secondaria della piscina arrivarono nel luogo deserto; Adele si fermò lontano dal bordo con lo sguardo basso, lui, togliendosi le scarpe le domandò
«Cosa c’è?» lei scrollò il capo, poi, sospirando rispose
«Non ho il costume, oggi non l’ho messo»
«E allora? Tieni la maglietta. E poi, beh, vederti in mutande non è diverso che vederti in costume» le disse spostandole un ricciolo dietro l’orecchio; perplessa la ragazzina si sfilò scarpe e pantaloncini, rimanendo con la t-shirt e la biancheria. Tenendosi per mano entrarono in acqua.
L’acqua era la cosa che li teneva uniti, quando erano nella piscina, non erano due estranei, erano due esseri che si completavano.
Scivolarono sott’acqua; le ci volle un po’ ad Adele per riuscire ad aprire gli occhi, ma fu contenta di riuscire a farlo. Non voleva perdere un secondo di quei momenti.
Lo guardò sotto l’acqua, il suo sorriso persino li sotto splendeva, lui la tirò a se afferrandole il gomito e lei non si divincolò. Ma sentì, che nei suoi occhi già bagnati, stavano crescendo delle lacrime.
Gli anni sono scivolati sulle spalle coraggiose della piccola Adele che ora è una donna. Cosa è successo a quella ragazzina ed a ***? Dove sono andati a finire quei sentimenti che, per una bambina così giovane, erano troppo, troppo grandi?
Adele arrancò lungo la scala che conduceva all’appartamento dei suoi genitori che non vedeva da mesi, sua nonna, aveva invitato a cena la sua famiglia e lei non capiva esattamente perché, la nonna le aveva detto “Avrò ospiti” e lei non aveva indagato. Quando arrivò sull’ultimo gradino qualcuno alle sue spalle ridacchiò; Adele piegò la testa verso la rampa che saliva ai solai e li lo vide, allampanato, con le lunghe gambe tese, i capelli ormai di un castano deciso e gli occhi, quegli occhi, irrimediabilmente azzurri. Sorrideva stringendo tra le dita un mazzo di chiavi
«Quanto tempo Del non trovi?» le disse sorridendole, lei avanzò verso a porta, appoggiòa terra la valigia e gli sorrise divertita
«Non abbastanza a quanto pare», lui la guardò sorpreso
«Non abbastanza per cosa?» domandò osservandola mentre dalla tasca di un paio di jeans sfilava la chiave della porta di casa
«Lascia stare, stai bene?» domandò aprendo la pesante porta marrone e spingendola all’interno per infilarci la valigia, lui, agile come sempre, si alzò in piedi e si avvicinò alla ragazza, pronto ad entrare in casa con lei
«Benissimo. Anche tu mi sembri in ottima forma» disse seguendola in cucina; lei tirò verso se una sedia e si accomodò facendogli segno di imitarla, il ragazzo si lasciò cadere sul divano di fronte ad Adele
«Sempre in sovrappeso, ma serena almeno»
«Del. Devo farti una domanda» disse lui serio tutto d’un colpo. Adele corrugò le sopracciglia ed annuì
«Certo»
«Cosa mi dicesti sott’acqua in piscina dieci anni fa?» la domanda prese in contropiede Adele. Pensava che le avrebbe chiesto cosa faceva, se lavorava, se disegnava ancora, ma questo, questo era davvero troppo. Adele lo guardò attonita per qualche secondo e poi, racimolando le parole incastrate in bocca sussurrò
«Cosa?»
«Dieci anni fa, nel bagno che facemmo quel giorno che pioveva, quando, beh. Dopo le gradinate del tennis. Dicesti qualcosa sott’acqua. Cos’era?»
Adele scrollò le spalle. Pensò alla fortuna che aveva avuto in quei dieci anni; si, il suo cuore stava ancora tamburellandole come un pazzo nel petto, ma almeno ora non arrossiva, la fase delle gote rosse era ormai passata da tempo
«Cosa vuoi che mi ricordi ***! Sono passati dieci anni!»
«So che menti. E prima o poi me lo dirai» e squadrandola tornò da dove era venuto. Adele sospirò stringendosi una mano sul petto.
La cena fu lunga e faticosa per Adele, dovette sostenere il suo sguardo tutto il tempo ed il fatto che le sedesse di fronte certo non l’aiutava affatto. Mentre era in cucina, intenta a lavare i piatti della serata udì il suo passo nel corridoio e volse appena il capo quando lui comparve sulla porta.
«Ti aiuto?» domandò il ragazzo con voce roca, lei annuì e gli fece posto accanto al lavandino; i loro gomiti sbatterono più di una volta ma ne lui, ne Adele ci fecero caso, presi com’erano ad assaporare quel breve e fugace momento. Adesso, come allora, Adele sapeva che lui, sarebbe stato sempre l’unico ed il solo. Avrebbe amato altri forse, ma lui, lui sarebbe stato l’uomo solo per lei.
«Ti dissi ti amo»
«Prego?» domandò il ragazzo lasciando cadere una forchetta nel lavello, lei rise leggermente sottovoce
«Dissi “Marcello ti amo”» ripetè osservandolo; lui la fissò, il labbro superiore gli tremava leggermente.
«Perché non lo ripetesti allora? Perché fingesti di aver solo finto di parlare?»
«Perché non aveva senso allora come non ne ha adesso. Ma, mi pareva un buon momento per dirlo»
«Adele. Allora io…»
«Non. Non farlo. E’ stato tanto tempo fa, e va bene così. Davvero, ormai la bambina che ero non c’è più, l’ho perduta quando ve ne siete andati voi. E non tornerà mai»
«Ma io. Adele. Tu non sai» tentò di dire lui, ma Adele ancora una volta lo zittì
«Non so e non voglio sapere. Qualunque cosa fosse allora non è adesso. Adesso conta solo quel che fai ora».
Marcello non seppe mai se lei intendeva letteralmente “ora” ma di certo non fu uno sprovveduto, si abbassò su di lei, le labbra piegate in un sorriso. La baciò.
E quel bacio aveva un sapore d’innocenza, aveva il sapore di un primo amore anche se, per ragioni temporali, primo non era per entrambi. Quando le loro labbra si staccarono, lui sorrise e lei pensò alla piccola Adele, seduta sul bordo della piscina a piangere per il suo cuore spezzato.
Tags: categoria : originale, genere: romantico, malinconico, tipo: one-shot, titolo: decode
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