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	<title>(take me to) V E G A S</title>
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	<description>Deletia's Fanfic Archive</description>
	<pubDate>Thu, 28 May 2009 21:05:12 +0000</pubDate>
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		<title>A story</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 21:05:12 +0000</pubDate>
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Penso, che sia arrivato il momento di raccontare una storia. No, non la mia, anche se, in effetti, in questa storia io ne ho fatto parte, ma solo come un satellite attorno al pianeta principale.
Ero un puntino sulla loro mappa, una mappa che avrebbe potuto essere completa ed invece è andata distrutta per via di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://i174.photobucket.com/albums/w87/katlalingdom/astory.jpg" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p>Penso, che sia arrivato il momento di raccontare una storia. No, non la mia, anche se, in effetti, in questa storia io ne ho fatto parte, ma solo come un satellite attorno al pianeta principale.<br />
Ero un puntino sulla loro mappa, una mappa che avrebbe potuto essere completa ed invece è andata distrutta per via di un silenzio.<br />
Quando ci penso, li vedo ancora come se fosse ieri, scintillanti, spensierati ed uniti; d’accordo, forse sono solo un vecchio sentimentale.<br />
Dicevo, questa è la loro storia e non la mia, per questo comincerò dicendovi chi sono loro…<span id="more-30"></span></p>
<p>Stavo lavorando da due ore e mezza sullo stesso scaffale con il nuovo assunto, Mike, quando lei è arrivata; la conoscevo, eccome se la conoscevo, era alta, ed anche paffuta, con i capelli ricciuti sciolti sulle spalle, gli occhi velati da occhiali da vista fuori moda e quell’assurda sciarpa fucsia che la faceva sembrare un fantasma, si è avvicinata a noi e ci ha salutati e poi ha dato qualcosa a Mike, lui l’ha preso e se l’è messo in tasca continuando a lavorare.<br />
All’epoca, lei aveva una cotta per me, ed io proprio non me ne capacitavo, ero vecchio per lei ed anche disinteressato, ma lei, lei insisteva e non lasciava perdere. Sorridevo alle volte tra me e me al pensiero che sarebbe arrivata e mi avrebbe sorriso. Sorridevo anche perché, in quel periodo motivi per ridere non ne avevo nessuno; comunque, dopo che si fu allontanata nelle sue scarpe bicolore occhieggiai Mike al mio fianco e sghignazzai<br />
«Sareste carini insieme» lui alzò lo sguardo su di me e roteò gli occhi<br />
«Certo, come no» disse prendendo altre scatole e prezzandole<br />
«Sono sincero» risposi io incrociando le braccia sul petto; lo ero, sincero intendo. Lui non mi guardò ma scrollò le spalle senza rispondere più.<br />
Il tempo passò e all’ora di chiudere eravamo rimasti in cinque, tra questi c’era anche Mike che, dopo essersi tolto il camice, stava armeggiando con il telefono; con il casco della moto sotto al braccio lo raggiunsi<br />
«Vai a casa?» gli domandai mentre aspettavo che le altre ragazze, solite ritardatarie, uscissero dal grande magazzino, Mike srcollò la testa agitando il cellulare<br />
«No, lei mi aspetta qui dietro»<br />
«Da sola? Ma è tardi»<br />
«Abita a due passi e poi, è con il suo cane» rispose lui guardando verso la stradina dove lei lo aspettava. Gli diedi un colpetto sulla spalla e gli dissi di raggiungerla, lui annuì una vola e s’incamminò; ora, penserete che sono un vecchio impiccione, ed effettivamente è così; io non ero affatto interessato alla ragazza, davvero, solo che averla intorno tutti i giorni anche senza parlarle era diventato normale e volerla veder sorridere era… giusto. Mi appiattii contro il muro e raggiunsi il parcheggio dipendenti dove ero certo sarebbero stati, non appena fui vicino, sentii le loro voci<br />
«Oggi faceva tutto l’amicone, insomma…»<br />
«Si, ho notato, ma cosa ti ha detto?»<br />
«Su di te? Ha detto che staremmo bene insieme… Pensa te!»<br />
«Davvero?» il tono della voce della ragazza era perplesso, mi abbassai dietro il muretto e scrutai oltre l’angolo, erano appoggiati al cofano della macchina di Mike<br />
«Annie, l’avrà detto per prendermi in giro»<br />
«Forse, o forse vuole liberarsi di me» disse lei ridacchiando. Annie era così, in compagnia di Mike ridacchiava sempre<br />
«Comunque non ha importanza. Ti accompagno a casa?» “Che cavaliere” pensai tra me e me, io, quando lei venne da me di sera, non glielo domandai nemmeno.<br />
«No Mike, non è necessario. Ci sentiamo sul messenger?»<br />
«Tempo di arrivare a casa» fu la risposta di lui prima che lo sportello si chiudesse ed il motore si avviasse.<br />
Dopo che entrambi lasciarono il parcheggio, mi diressi verso la mia moto pensando che quei due, davvero avrebbero formato una bella coppia; forse lei non era bellissima, ma l’energia che sprigionavano le sue parole era evidente anche ai miei occhi.<br />
Quella sera, in televisione, guardai un film intitolato Daredevil e per tutto il tempo pensai ad Annie e Mike.</p>
<p>Quando tornai dalle ferie, alla fine di agosto, qualcosa mi fu subito chiaro: l’atmosfera era cambiata. Raggiunsi Mike che si era fatto mettere in magazzino a lavorare e gli chiesi come andavano le cose, lui mi squadrò<br />
«Che ti importa?»<br />
«Era solo una domanda ragazzo, non scaldarti!» ridacchiai, e probabilmente sbagliai, perché lui esplose<br />
«Ma che domanda e domanda! Sono stanco! Di te, di Annie, di tutto. Perché non potete solo lasciarmi in pace?» non seppi cosa rispondere e li per li, me ne andai stordito da quell’uscita così fuori carattere; lui non era tipo da urlare niente a nessuno.<br />
Attesi davanti all’entrata l’ora in cui Annie sarebbe arrivata ma non venne, ne quel giorno ne i successivi cinque. “Qualcosa di grave deve essere successo” mi dissi il sabato sera, mentre chiudevo le porte ed attivavo gli allarmi. Faceva caldo, ma c’era una certa arietta che non ti faceva appiccicare i vestiti addosso, mi incamminai verso il parcheggio dipendenti quando mi trovai di fronte ad un pastore tedesco piuttosto piccolo, Annie sorrise, ma non appena vide chi ero, il sorriso svanì<br />
«Oh, sei tu» disse con voce piatta sospirando<br />
«Speravi fosse Mike?»<br />
«Ho visto la macchina, speravo… Di potergli parlare»<br />
«Sarà andato via a piedi, è uscito presto»<br />
«Capisco» disse, poi mi volse le spalle e con il cane s’incamminò verso la strada, la raggiunsi e le appoggiai una mano sulla spalla, il cane ringhiò<br />
«Calmati Peter, è un amico» disse lei rivolgendosi al cane<br />
«Annie, ne vuoi parlare?»<br />
«Di cosa?»<br />
«Di quel che è successo tra te e Mike, quando lunedì l’ho visto mi ha sbraitato contro» sorrisi, ma lei non ricambiò; dovete capire, che il mio interesse in quel momento era puramente paterno, non avevo altri scopi che non capire perché quei due fossero ai ferri corti.<br />
«Non lo so! All’improvviso, una sera su messenger mi ha detto che era stanco di me e che era meglio se lo evitavo. E non so nemmeno cosa ho fatto!» disse lei agitando le mani e rendendo nervoso il cane che le sbattè la testa contro le ginocchia un paio di volte<br />
«Non ti ha dato spiegazioni?» domandai senza caprie<br />
«No. Nessuna. Cioè, ci è capitato di litigare altre volte, ma di solito, uno dei due dopo poco tempo cedeva e chiedeva scusa all’altro, ora, non vuole nemmeno ascoltarmi»<br />
«Deve essere dura» dissi con leggerezza; in effetti, io non sapevo quanto fosse dura e tutt’oggi non lo so, sono sempre stato un tipo accomodante.<br />
«Dura? Non ne hai idea, forse ti sembrerò una ragazzina scema, ma Mike è importante. Con lui non devo nascondermi o modificare il mio carattere, lui c’è anche se sono così. Ed ora, mi sento persa»<br />
«Vuoi che provi a parlargli io per te?»<br />
«No, no. Devo cavarmela da sola» mi disse liquidando la conversazione e lasciandomi solo e perplesso.<br />
Ora, voi dovete capire che all’epoca avevo quarant’anni, parecchie donne alle spalle e nessun figlio di nessuna età; quella ragazzina si era presentata da me con un cd ed una lettera che avevano davvero smosso in me qualcosa, ma non abbastanza ovviamente, da poterla considerare una possibile partner; dopotutto aveva solamente vent’anni. Comunque, provate a mettervi nei miei panni, questa figlioccia era in difficoltà con il suo amico, che per altro era un mio sottoposto. Avrei potuto vederla così ogni giorno?<br />
Feci quel che ritenevo giusto.</p>
<p>Il mattino dopo, non appena arrivai al grande magazzino mi accertai di quale turno facesse Mike, quando vidi che era già presente per le sue prime due ore, lo chiamai con l’interfono e pochi minuti dopo lui si presentò nel mio ufficio con un pacco di quaderni in mano e la testa rasata.<br />
«Siediti, voglio parlare con te un momento»<br />
«Preferisco stare in piedi»<br />
«D’accordo. Mike, cosa sta succedendo? Perché sei così arrabbiato?» domandai da dietro la scrivania; lo sguardo che alzò su di me, fu veramente duro da sostenere<br />
«Non sono arrabbiato e comunque non sono affari tuoi»<br />
«So che è successo qualcosa con Annie e-» ma non potei finire, perché la furia irruppe<br />
«E’ venuta a piangere da te?! E’ stata così sciocca da chiederti di parlarmi?! Proprio a TE?! Oh Signore. Siamo caduti in basso!» e così dicendo, se ne andò sbattendo la porta.<br />
Sospirai e pregai che non dicesse nulla a lei.<br />
Le mie preghiere furono vane<br />
«Ma cosa ti è saltato in testa?! Tu non avevi alcun diritto di impicciarti dei miei affari, ti ho parlato in confidenza e tu hai peggiorato la situazione!» la sua voce non era alta, perché nessuno si era voltato a guardarci, ma la rabbia con cui le aveva pronunciate avevano tenuto alla larga da me, un vicedirettore, un paio di clienti.<br />
Non cercai nemmeno di risponderle, sapevo di avere torto e non potevo fare niente per rimediare.</p>
<p>Questa è la parte di storia in cui io fui direttamente coinvolto, ora, tutto quel che vi racconterò è frutto di occhiate lanciate di nascosto ai due e bigliettini strappati ritrovati nei cestini della carta straccia, mentre l’epilogo di questa storia è un post tratto dal blog di Annie in data odierna. Non biasimatemi, sapevo come trovarla e non ho mai perso lo sguardo su di lei, mi sono solo tenuto fuori.<br />
I giorni, anzi mesi, si susseguirono senza che i due si parlassero, spesso però mi capitava di vedere Mike che seguiva Annie lungo il reparto libri, con la scusa di dover sistemare nuovi prodotti in quella zona; le lanciava sguardi tristi e cupi e lei, alle volte, li ricambiava in silenzio, non si rivolgevano mai la parola. Nemmeno si salutavano più. Era dicembre ed io trovai il primo bigliettino, parte dell’intestazione era andata, ma si poteva capire cosa diceva:</p>
<blockquote><p>… tempo che ho perso cercando di darmi una risposta. E tutto<br />
tempo che ho perso cercando di starti lontano. Non posso.<br />
Quando ti vedo An, ho voglia di venirti vicino, di sfiorarti i capelli e<br />
vederti ridere come prima. Ma è l’orgoglio An che non me lo<br />
permette. Perché penso che tu voglia ancora lui.</p></blockquote>
<p>Il biglietto successivo, era scritto da una pagina strappata di block notes gialla, mancava la parte finale e parecchie frasi erano barrate.</p>
<blockquote><p>Em. Non riesco ancora a credere che dopo tutto quel che abbiam<br />
passato prima siamo finiti in questa maniera così.<br />
Sono convinta che possiamo fare qualcosa per recuperare<br />
perché io senza di te non esisto non riesco a respirare<br />
perché io senza di te non sono niente. Mi chiedo<br />
…</p></blockquote>
<p>Carpii questo pezzo di conversazione a gennaio quando ormai, non c’era più nulla tra i due e nemmeno si guardavano più, pareva anzi, che Mike uscisse con una collega.</p>
<blockquote><p>«Lo so. Lo so! Ho passato così tanto tempo a correre dietro a qualcun altro che non ho visto chi avevo davanti. E lui mi manca, mi mancano le risate sceme, i ricordi che gli sono cari e persino le lenti a contatto colorate. Mi manca tutto di lui e non so più dove sbattere la testa. Davvero, soffro come un cane e mi ostino a venire qui a vederlo che flirta con la sua nuova ragazza. Sono masochista. Una schifosa masochista»</p></blockquote>
<p>Sentire Annie parlare a quel modo mi fece sentire triste, perché un po’ fu anche colpa mia.<br />
Ma questo è successo tempo fa, quando ancora lavoravo con loro e li avevo sempre sott’occhio, ora di anni ne sono passati e non so più che fine ha fatto Mike, so cosa fa Annie perché la seguo ancora grazia al suo sito e m’interesso alle sue attività, ma sempre e solo da spettatore silenzioso. Questa mattina, mentre non riuscivo più a dormire a causa dell’insonnia, mi sono collegato al suo blog ed un nuovo post era stato scritto, riporterò soltanto la parte che interessa questa storia e nulla più</p>
<blockquote><p>[…] e dicevo, sono qui a scrivere solo perché un sogno non mi ha più lasciata dormire. E’ un paradosso vero? Eppure sono certa che è capitato anche a voi di fare quei sogni, dove stai così bene e sei con la persona giusta che un qualcosa scatta in te, la verità. La coscienza del sapere che in realtà, tu e questa persona non siete insieme. Non siete niente.<br />
Ho sognato che ero al matrimonio di mia madre (!) e che avevo litigato con le mie sorelle (!!)e che non volevo andarci, così vado nell’altra ala del palazzo dove so che anche i suoi si stanno sposando e lo cerco, dovete immaginare che tutte le persone son vestite a puntino, io sono con i jeans ed una camicia a scacchi; ma comunque, lo cerco e gli dico «Pensavo che magari potevi stare con me» e lui mi risponde «Sono cambiato, sono una persona migliore ora» così gli rispondo che capisco e me ne vado. Salgo in soffitta, dove in effetti abito e le mie sorelle mi raggiungono e cominciano ad insultarmi e mentre sono li, preda delle loro ramanzine lui entra, mi sorride e si siede accanto a me. Mi prende la mano e con l’indice comincia a disegnare dei cerchi. Poi mi convince a scendere alla cerimonia, allora mi cambio e quando esco dalla camera lui mi guarda e dice «Non sei mai stata bella come oggi» ed allora, in imbarazzo gli rispondo «Non ho mai avuto un vestito bello come oggi» e lui, sorridendo si avvicina e mi dice all’orecchio «Non è certo l’abito che ti rende bella» e poi, mi bacia.<br />
Non so se potete capire quanto male fa questo. Perché questa persona, mi sono accorta troppo tardi di amarla, e dopo averlo realizzato,non sono mai riuscita a dirglielo. La vita ci ha allontanate.<br />
Ma va bene così. […]</p></blockquote>
<p>Ora, io continuo su questa strada, a seguirla in silenzio come un angelo custode. Ma questa storia, la storia di due anime che il destino aveva unito, mi ferisce ancora oggi. Ho scoperto anch’io di aver amato quella ragazza e me ne sono accorto troppo tardi, quando ormai la vita, ci aveva già separati in modo irreparabile.<br />
Ho deciso di raccontare questa storia, perché è una bella storia. Nonostante tutto. E’ una storia d’amore.<br />
E forse, la migliore che io abbia mai letto.</p>
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		<title>May 2002</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 20:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Originali]]></category>

		<category><![CDATA[categoria : originale]]></category>

		<category><![CDATA[genere: introspettivo]]></category>

		<category><![CDATA[genere: malinconico]]></category>

		<category><![CDATA[genere: romantico]]></category>

		<category><![CDATA[tipo: one-shot]]></category>

		<category><![CDATA[titolo: may 2002]]></category>

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Non avrei mai pensato che mi sarei trovata di nuovo qui, a pensare a te in questi termini; quali termini? Già, quali, forse dovrei partire a quando, ti vidi la prima volta, forse allora sarà chiaro; avevo quattordici anni ed era il mio primo anno di liceo, venivo a scuola con un’amica che era tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://i174.photobucket.com/albums/w87/katlalingdom/may2001-1.jpg" alt="" width="450" height="300" /></p>
<p>Non avrei mai pensato che mi sarei trovata di nuovo qui, a pensare a te in questi termini; quali termini? Già, quali, forse dovrei partire a quando, ti vidi la prima volta, forse allora sarà chiaro; avevo quattordici anni ed era il mio primo anno di liceo, venivo a scuola con un’amica che era tre anni avanti, venivamo a scuola insieme scarpinando per la strada che dalla stazione svincolava verso la scuola; sarà stata la seconda o terza settimana quando sei comparso nella mia vita.</p>
<p><span id="more-25"></span><br />
Stavamo incamminandoci, io e i compagni di classe di G., verso la stazione quando all’improvviso ci hai raggiunti di corsa, mi hai sorriso e ti sei accodato agli altri. Fu allora che ti vidi la prima volta e quella prima volta, fu un niente. In effetti, ti confesso, all’inizio era a tuo fratello che pensavo, e ci pensavo perché lui era gentile, mi veniva a trovare, sorrideva e chiacchierava con me senza filtri, stavo così bene che non pensavo affatto a tutte e domande che mi affollavano la testa. Non volevo pensare a niente che potesse infrangere l’acqua placida del mio lago.<br />
E poi, arrivò maggio e con maggio arrivò la consapevolezza che era il tuo sguardo che cercavo e non quello di tuo fratello, che erano le tue parole quelle che volevo e non le sue. Era te che volevo e non lui.<br />
Tentai anche, in modo goffo e scomposto, di comunicartelo e tu, molto gentilmente dicesti che eri già impegnato ed io allora mi feci da parte e ti chiesi di non mettermi in imbarazzo con nessuno e tu dicesti “Va bene” ma mentisti, perché a qualcuno, a F. lo dicesti. Sai quanti sguardi da parte sua ho dovuto sopportare? Quanti sguardi sprezzanti ed ironici. No, non voglio recriminare nulla, va bene così, faceva male, ma lo faceva allora.<br />
Dopo quella volta non ci fu più niente, ne sguardi, ne sorrisi ne parole e lentamente anche io scivolai altrove, verso altri interessi, altre persone, altre sensazioni. Ma, allontanandomi da te, scivolai nel buio.<br />
Non saprei nemmeno dire quanto tempo passai nell’oscurità; l’oscurità nella mente, nel petto, l’oscurità fuori.<br />
E poi, dopo anni, sono qui, a scrivere di te o per te, o forse, semplicemente a scrivere perché mi piace rivivere, ripensare alle cose; forse scrivo per dare un finale diverso a questa storia che negli anni, è cresciuta, ha avuto svolte, litigi, pianti, si è svolta in un angolo remoto del mondo.<br />
Ora non provo nemmeno a tentare di recuperare quel che ho perso, quel che ho lasciato indietro. Perché? Perché dovrei? Ormai non siamo su strade simili, ognuno di noi ha lasciato per sempre ciò che era, io ho imboccato una strada che ancora oggi mi porta lontano da tutti ma che, alle volte, mi regala sensazioni che non credo potrei ricevere altrove.<br />
Allora perché sono qui? Ma non ti sembra ovvio? No, forse non lo è.<br />
Sono qui perché vorrei farti sapere che, per qualche strano motivo, io ti sono riconoscente. Perché sì, forse tu non hai fatto niente, ma tu fosti il mio primo, goffo, tentativo e se tu non fossi stato così gentile con me, forse io non solo avrei sofferto di più, ma non sarei cresciuta.<br />
Oramai, fortunatamente, il buio si è diradato e l’alba è sorta di nuovo, e quello che illumina è così grande che sono felice di poter avere questo solo per me; quindi grazie E. anche se non ti ricordi di me.</p>
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		<title>Decode - Originale, One Shot</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 18:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[One Shot]]></category>

		<category><![CDATA[Originali]]></category>

		<category><![CDATA[categoria : originale]]></category>

		<category><![CDATA[genere: romantico]]></category>

		<category><![CDATA[malinconico]]></category>

		<category><![CDATA[tipo: one-shot]]></category>

		<category><![CDATA[titolo: decode]]></category>

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It’s too late to end it now
I had a friend once, her name was Adele.
How can i decide what’s right, when you’re clouding up my mind?
1.
«Devi correre Adele! Devi CORRERE!» stava ancora urlandole alle spalle. Lei spinse ancora di più le gambe e lo raggiunse stringendosi con le mani il fianco. Sentiva pulsarci dentro il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://i174.photobucket.com/albums/w87/katlalingdom/decode.jpg" alt="Decode - Presentazione" width="450" height="350" /></p>
<h1 style="text-align: right;"><em>It’s too late to end it now</em></h1>
<p style="text-align: left;">I had a friend once, her name was Adele.</p>
<h2 style="text-align: center;">How can i decide what’s right, when you’re clouding up my mind?</h2>
<h2>1.</h2>
<p style="text-align: left;">«Devi correre Adele! Devi CORRERE!» stava ancora urlandole alle spalle. Lei spinse ancora di più le gambe e lo raggiunse stringendosi con le mani il fianco. Sentiva pulsarci dentro il cuore.<br />
Lei non era come lui, non era alta, bella, atletica, con molti ammiratori. Era decisamente l’opposto.<br />
Spinse ancora sulle gambe per non mostrarsi debole e lui le sorrise, forse vedeva lo sforzo che lei faceva per stargli accanto, o forse le sorrise perché non sapeva cosa dire.<br />
Arrivò in fondo alla pista con le gambe tremanti, si accasciò sulle ginocchia e li rimase per parecchio tempo; quando fu certa di averne la forza, alzò al testa e lo vide, seduto a pochi passi da lei, le braccia attorno alle ginocchia ed il viso roseo dallo sforzo per la corsa, i grandi occhi azzurri chiusi ed un sorriso di beatitudine sul volto magro e sfilato. Adele sorrise tra se e se rimettendosi in piedi, nella sua tuta larga che le nascondeva la ciccia; se ne andò via dalla pista.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-14"></span></p>
<h2 style="text-align: center;">I  can’t win your losing fight all the time</h2>
<h2>2.</h2>
<p style="text-align: left;">Adele spinse la porta del bar con forza, la rabbia le montava dentro come fuoco che bruciava parte di lei, forse il cuore o forse i polmoni, non era importante. Oltrepassò il suo tavolo, dove vi era seduto con gli amici ed Ottavia, sua cugina, ed uscì dall’altro lato del locale, il lato che dava verso i campi da pallone e la piscina. A passo rapido, in scarpe non adatte a lei si avviò verso quest’ultima, imprecando tra se e se la sua stupidità.<br />
“Come posso pretendere che anche solo osi pensare a me? Come posso pretendere che si curi di me?”<br />
Si diede della stupida e si tolse le scarpe per attraversare la vasca per il risciacquo delle ciabatte, non si accorse della figura che l’aveva seguita se non quando questa aveva aperto la bocca<br />
«Adele?» quando la sua voce raggiunse le orecchie di lei, si volse di scatto lasciando cadere le scarpe. Era a piedi nudi sulle pietre fredde della zona piscina, col cuore in tumulto ed i polmoni in fiamme ma la sua testa, oh, la sua testa fluttuava per il solo fatto che lui l’avesse chiamata per nome.<br />
«Si?»<br />
«C’è qualcosa che non va?»<br />
«Nulla, nulla»<br />
Sorrise e la lasciò sola. Vedendolo attraversare il parco per tornare al bar non riuscì a trattenersi e pianse seduta sul bordo bianco della piscina coi piedi a mollo nell’acqua calda di un mattino di luglio.</p>
<h2 style="text-align: center;">How can I ever own what’s mine, when you’re always taking sides?</h2>
<h2>3.</h2>
<p style="text-align: left;">«Credevo fossi a casa, non ti ho vista tutta la mattina!» Memole parlava mangiando un ghiacciolo alla fragola alle tre del pomeriggio. Adele, con gli occhiali da sole di Angie sul naso sorrideva di plastica seduta sulla sdraio bianca in pantaloncini e t-shirt.<br />
«C’ero, ma sono stata alla pista di pattinaggio» rispose osservando l’acqua della piscina incresparsi sotto i tuffi dei ragazzini che le circondavano; non voleva pensare. Non riusciva a staccare il cervello da quella mattina. E lui apparve, in un costume da bagno azzurro, i capelli scompigliati ed i piedi scalzi, l’asciugamano verde in spalla. Al suo fianco, c’era Ottavia con il suo sorriso più smagliante ed il microbikini più costoso. Adele si fece piccola piccola, ma non abbastanza.<br />
«Ade, ti spiace si ci mettiamo qui? No vero?» con voce melliflua e senza dar tempo di replica Ottavia preparò il suo giaciglio accanto alla cugina nascosta da enormi occhiali da sole, lui per la prima volta da quando era entrato in piscina, si volse verso la piccola Adele<br />
«Tutto bene Del?» il suo sorriso ingenuo fece stringere il cuore di Adele che annuì sentendosi una morsa nella cassa toracica.<br />
“Come può fare questo? Come può farmi stare così  male e così bene allo stesso tempo?”<br />
Ma era troppo piccola per avere una risposta, troppo piccola anche solo per capire.</p>
<h2 style="text-align: center;">But you won’t take away my pride…</h2>
<h2>4-1.</h2>
<p style="text-align: left;">Corse fin quando non si accasciò contro la rete metallica ansimando. Era troppo anche per lei, annaspando per l’aria si maledisse per permettere ad una persona estranea di farle questo, di renderla così inerme. Il rumore di passi la fece voltare; sapeva che i passi gli appartenevano, ed era felice che lui l’avesse vista scappare, che l’avesse notata uscire, ma non voleva che la vedesse ora, così fragile, con gli occhi ancora una volta pieni di lacrime. Tirò su col naso e lo sentì fermarsi a pochi passi, sentiva il suo profumo nell’aria, un misto di cloro e bagnoschiuma. Era un ottimo odore.<br />
«Perché scappi sempre?» chiese con semplicità<br />
«Non lo so»<br />
«Non dovresti» disse facendo un passo avanti. E ancora un altro. E un altro.<br />
Per quanto si sforzasse di non alzare gli occhi, Adele sapeva che lui era li. Proprio li, di fronte a lei, sapeva anche che se solo avesse allungato un po’ il braccio avrebbe potuto toccarlo.<br />
Non lo fece. Ne lui si mosse.<br />
In quel momento però, non c’era più niente che contasse per lei. Ne sofferenza, ne dolore, ne rabbia. C’erano solo loro.<br />
Ed un secondo.</p>
<h2 style="text-align: center;">Not this time&#8230;.</h2>
<h2>4-2.</h2>
<p style="text-align: left;">Che svanì subito. Quando Memole ed Ottavia uscendo dal locale cominciarono a chiamare i loro nomi.<br />
«Dovresti andare, non vorrei che ti trovassero qui» a denti strettì la piccola Adele riuscì a pronunciare quelle parole che, se non fosse stato per la sua enorme forza di volontà, sarebbero ancora li, piantate in gola. Lui non disse nulla e solo se ne andò, lasciandola ora sola con tutti i suoi demoni.</p>
<h2 style="text-align: center;">How did we get here</h2>
<h2>5.</h2>
<p style="text-align: left;">Risvoltando le maniche della camicia a quadretti venne placata all’entrata dello spogliatoio dove stava andando a riprendere la sua borsa, due braccia bronzee la tirarono all’interno senza darle tempo di realizzare cosa era successo.<br />
«Ascolta» la sua voce risuonava cupa nel piccolo stanzino di legno in mezzo al praticello ben curato sul quale si trovava, lei appoggiata contro la parete dell’angusto spazio, annuì senza guardarlo direttamente, lui riprese respirandole addosso profumo al limone<br />
«Devi darmi una mano con Ottavia… Io, insomma, mi piace»<br />
Ce la mise tutta Adele per restare li, in quel buco con lui, ma il suo cervello si disconnesse completamente.<br />
Il dolore era troppo per poterlo sopportare</p>
<h2 style="text-align: center;">When i used to know you so well</h2>
<h2>6.</h2>
<p style="text-align: left;">«Adele, ti prego, non puoi essere così infantile!» Memole qualche passo indietro ciondolava dietro ad Adele, ora un po’ cresciuta ma pur sempre piccola. Si, cresciuta perché per la prima volta nella sua breve vita aveva scoperto cosa significava avere il cuore a pezzi.<br />
«Non è infantile! E’ un lavoro bellissimo! Ed io lo farò» Accelerò il passo verso il bar e vi entrò sorridente. Si imponeva di sorridere per non mostrare a nessuno quanto in realtà la voglia di sorridere non ci fosse.<br />
Heidi la accolse con un abbraccio sulla porta mentre lasciava cadere il suo zaino verde.<br />
«Non ti sei ancora stancata della piscina?» le chiese lasciandola andare e spostandosi dietro il bancone del bar, Adele fece di no con la testa ed Heidi parlò di nuovo<br />
«Beh, oggi siete solo voi tre, tu, Memole e ***»<br />
«Come mai?» chiese Memole mentre prendeva due bottigliette d’acqua dal frigo<br />
«Perché tecnicamente bisognava fare la pulizia dei filtri, ma ce la siamo sbrigata questa mattina, ed allora…» lasciò in sospeso al frase concludendo con un occhiolino, Memole felice della scoperta saltellò per il bar, Adele sorrise cercando di sforzarsi più che poteva. Le due amiche s’incamminarono per la piscina quando lo videro appoggiato al cancello, le vide e le salutò. Memole gli corse incontro mentre Adele rallentò fino a fermarsi ad una decina di passi; entrambi la osservarono, lei portò le mani a stringersi la pancia, piegò la testa in avanti<br />
«Scusate» e si volse tornando al bar.<br />
Quel sorriso, non poteva reggerlo.</p>
<h2 style="text-align: center;">But, how did we get here? I think i know</h2>
<h2>7.</h2>
<p style="text-align: left;">Tuuuu-tu.<br />
Tuuuuu-tu.<br />
Il telefono squillava a vuoto da ore ormai. Non riusciva più a capire. Era colpa sua? O era colpa di un semplice mal di pancia? Adele lo stava evitando oppure era una sua impressione? E perché allora faceva così male sapere che lei non era li? Non era forse cotto di Ottavia? E che senso aveva allora tutto quel preoccuparsi per la piccola Del?<br />
Del. Era l’unico a chiamarla così, per tutti era Adele, o Ade. Ma lui non riusciva a chiamarla così, era solo Del.<br />
Prese il telefono e provò ancora a chiamare.<br />
Ancora una volta squillò a vuoto.</p>
<h2 style="text-align: center;">The truth is hiding in your eyes, and it’s hanging on your tongue</h2>
<h2>8.</h2>
<p style="text-align: left;">«E allora cosa?! Non mi pare fosse tuo! Non c’era il tuo nome!» Ottavia sbandierò un foglio strappato in quattro parti sotto il naso di Adele che, a pugni stretti stava cercando di difendersi<br />
«Tu SAPEVI che era mio! Sono l’unica che disegna! L’unica!» urlò agitando un dito piccolo e tozzo davanti al viso della cugina che rispose prontamente<br />
«Senti, abbassa la voce, non siamo mica nella giungla»e così dicendo liquidò Adele che si ritrovò ancora un volta sulla stradina verso la pista di pattinaggio da sola e demoralizzata.<br />
«Del» chiamò la sua voce mentre lei senza vederlo lo sorpassava. La piccola trasalì e finalmente lo scorse, stava raccogliendo l’erba tagliata nel campo libero vicino alla pista da pattinaggio; Adele si fece coraggio ed alzò una mano in segno di saluto, lui le fece cenno di avvicinarsi,  lei a malincuore si avvicinò e lui le sorrise<br />
«Che succede?»<br />
«Niente»<br />
«Allora perché scappi?»<br />
«Non è vero» rispose Adele voltandosi, lui lasciò andare il rastrello e si avvicinò a lei, le appoggiò la mano sottile ed abbronzata sulla spalla avvolta dalla maglietta di un colore vicino al viola, ma lei non ci stette. Si allontanò bruscamente spingendo via la mano di lui; lo sguardo di *** era un misto tra lo sconvolto ed il preoccupato<br />
«Senti, non devi preoccuparti per me ok? Me la cavo da sola».<br />
E così dicendo se ne andò all’interno della pista di pattinaggio.<br />
Lui rimase ad osservare il suo posto ormai vuoto.</p>
<h2 style="text-align: center;">Just boiling in  my blood, but you think that i can’t see</h2>
<h2>9.</h2>
<p style="text-align: left;">Adele aveva smesso di frequentare il centro da due settimane quando Heidi chiamò a casa sua per avere notizie, la madre di Adele, a domande che lei non poteva sentire rispose:<br />
- No, sta bene, ultimamente è un po’ pallida ed ha perso l’appetito<br />
- Ma certo! Oggi la mando di sicuro!<br />
- Ah si? E’ preoccupato per lei? Ma che dolce!<br />
- Ma certo, a più tardi.<br />
E fu così, che ancora una volta, Adele stava varcando l’entrata del centro in compagnia di sua madre, Memole l’attendeva all’esterno del bar, nel dehor decorato di paglia ed enormi fiori, seduta al grande tavolo pentagonale non era sola; alla sua destra sedeva lui; i capelli sbiaditi dal sole ancora più biondi, gli occhi arrossati e leggermente cerchiati, ed una polo viola senza un bottone. La madre di Adele la spinse leggermente sorridendole, ed Adele, facendosi coraggio si avvicinò a Memole.<br />
«Allora Ade! Ma dove sei sparita? Mi sei mancata!» disse la ragazza balzando dalla sedia ed abbracciando l’amica. Adele si scusò, ma i suoi occhi di un colore indefinibile, non si rivolsero al ragazzo che sedeva immobile osservandola rigido.</p>
<h2 style="text-align: center;">What kind of man that you are, if you’re a man at all</h2>
<h2>10-1.</h2>
<p style="text-align: left;">«Dobbiamo parlare» *** sbucò alle spalle di Adele che stava seduta su una delle gradinate affacciate sul campo da tennis, la ragazzina non volse nemmeno la testa verso il compagno, sapeva cosa doveva dirle e non voleva sentirlo.<br />
«Del. Dobbiamo parlare»<br />
«*** non sono sorda, ho sentito. Parla» disse lei alzando finalmente il capo. Ma quel che successe non fu quel che lei si aspettava. Il ragazzo le strinse il mento con una mano, afferrandole il polso e si avvicinò di scatto. I suoi occhi penetranti incatenavano gli occhi della piccola Adele, ma non la sua mente.<br />
«NO!» gridò la piccola.<br />
Lui lasciò andare di colpo la presa e scappò via saltando agilmente oltre il parapetto. Adele, sconvolta, osservò le gradinate vuote mentre la pioggia, leggera, cominciava a scenderle addosso.</p>
<h2 style="text-align: center;">well i’ll figure this one out on my own.</h2>
<h2>10-2.</h2>
<p style="text-align: left;">«Heidi, cosa vuoi dire che non è tornato?» il padre di *** stava chiedendo alla moglie di loro figlio, quando Adele comparve alla loro vista entrambi le rivolsero uno sguardo ansioso<br />
«Tesoro, *** era con te?»<br />
«No, perché?» chiese la piccola Adele osservando entrambi i genitori del ragazzo scambiarsi sguardi preoccupati<br />
«Non riusciamo a trovarlo. Ha anche il telefono staccato».<br />
Ma Adele ormai era già fuori; nonostante la pioggia scrosciante le inondasse la camicia già fradicia lei correva, come aveva corso quella prima volta. E lei, sapeva dove guardare.<br />
Raggiunse il baraccone in disuso dove una volta, quando la pista aveva ancora una squadra ufficiale, i ragazzi vi mettevano gli attrezzi. Quel baraccone era sempre chiuso a chiave, ma Adele sapeva, che lui sarebbe stato li.<br />
Non bussò, ma girò la maniglia e fu stupita di quel che vide. All’internò una lampadina d’emergenza diffondeva una luce azzurra, grazie ad un foglio di carta velina che copriva il vetro, in un angolo, una vecchia poltrona marrone e dipinta giaceva vuota. La porta si chiuse bruscamente alle spalle di Adele.<br />
«Come mi hai trovato?» *** domandò sorpreso di vederla<br />
«…smrdvtrvi» biascicò Adele, arrossendo anche se lui non poteva vedere il suo colorito cambiare<br />
«Come?»<br />
«…io so sempre dove trovarti» ripetè a voce più alta.<br />
Le mani del ragazzo le sfiorarono le spalle, il collo, scesero sulle braccia e poi la strinsero, abbassò il capo biondo sulla spalla della ragazzina e così rimase per un secondo o forse un secolo.</p>
<h2 style="text-align: center;">I’m screaming i love you so</h2>
<h2>11.</h2>
<p style="text-align: left;">«L’idea di farsi un bagno in piscina sotto il cielo grigio fu di lui, che di sicuro non aveva paura che un fulmine potesse colpirli all’improvviso. Strinse la mano di Adele e, attraversando di corsa i campi di calcio che li separavano dall’entrata secondaria della piscina arrivarono nel luogo deserto; Adele si fermò lontano dal bordo con lo sguardo basso, lui, togliendosi le scarpe le domandò<br />
«Cosa c’è?» lei scrollò il capo, poi, sospirando rispose<br />
«Non ho il costume, oggi non l’ho messo»<br />
«E allora? Tieni la maglietta. E poi, beh, vederti in mutande non è diverso che vederti in costume» le disse spostandole un ricciolo dietro l’orecchio; perplessa la ragazzina si sfilò scarpe e pantaloncini, rimanendo con la t-shirt e la biancheria. Tenendosi per mano entrarono in acqua.<br />
L’acqua era la cosa che li teneva uniti, quando erano nella piscina, non erano due estranei, erano due esseri che si completavano.<br />
Scivolarono sott’acqua; le ci volle un po’ ad Adele per riuscire ad aprire gli occhi, ma fu contenta di riuscire a farlo. Non voleva perdere un secondo di quei momenti.<br />
Lo guardò sotto l’acqua, il suo sorriso persino li sotto splendeva, lui la tirò a se afferrandole il gomito e lei non si divincolò. Ma sentì, che nei suoi occhi già bagnati, stavano crescendo delle lacrime.</p>
<h2 style="text-align: center;">But my thoughts you can’t decode.</h2>
<h2 style="text-align: center;">Do you see what we’ve done ? We’re gonna make such fools of ourselvs</h2>
<h2>0.1</h2>
<p>Gli anni sono scivolati sulle spalle coraggiose della piccola Adele che ora è una donna. Cosa è successo a quella ragazzina ed a ***? Dove sono andati a finire quei sentimenti che, per una bambina così giovane, erano troppo, troppo grandi?<br />
Adele arrancò lungo la scala che conduceva all’appartamento dei suoi genitori che non vedeva da mesi, sua nonna, aveva invitato a cena la sua famiglia e lei non capiva esattamente perché, la nonna le aveva detto “Avrò ospiti” e lei non aveva indagato. Quando arrivò sull’ultimo gradino qualcuno alle sue spalle ridacchiò; Adele piegò la testa verso la rampa che saliva ai solai e li lo vide, allampanato, con le lunghe gambe tese, i capelli ormai di un castano deciso e gli occhi, quegli occhi, irrimediabilmente azzurri. Sorrideva stringendo tra le dita un mazzo di chiavi<br />
«Quanto tempo Del non trovi?» le disse sorridendole, lei avanzò verso a porta, appoggiòa terra la valigia e gli sorrise divertita<br />
«Non abbastanza a quanto pare», lui la guardò sorpreso<br />
«Non abbastanza per cosa?» domandò osservandola mentre dalla tasca di un paio di jeans sfilava la chiave della porta di casa<br />
«Lascia stare, stai bene?» domandò aprendo la pesante porta marrone e spingendola all’interno per infilarci la valigia, lui, agile come sempre, si alzò in piedi e si avvicinò alla ragazza, pronto ad entrare in casa con lei<br />
«Benissimo. Anche tu mi sembri in ottima forma» disse seguendola in cucina; lei tirò verso se una sedia e si accomodò facendogli segno di imitarla, il ragazzo si lasciò cadere sul divano di fronte ad Adele<br />
«Sempre in sovrappeso, ma serena almeno»<br />
«Del. Devo farti una domanda» disse lui serio tutto d’un colpo. Adele corrugò le sopracciglia ed annuì<br />
«Certo»<br />
«Cosa mi dicesti sott’acqua in piscina dieci anni fa?» la domanda prese in contropiede Adele. Pensava che le avrebbe chiesto cosa faceva, se lavorava, se disegnava ancora, ma questo, questo era davvero troppo. Adele lo guardò attonita per qualche secondo e poi, racimolando le parole incastrate in bocca sussurrò<br />
«Cosa?»<br />
«Dieci anni fa, nel bagno che facemmo quel giorno che pioveva, quando, beh. Dopo le gradinate del tennis. Dicesti qualcosa sott’acqua. Cos’era?»<br />
Adele scrollò le spalle. Pensò alla fortuna che aveva avuto in quei dieci anni; si, il suo cuore stava ancora tamburellandole come un pazzo nel petto, ma almeno ora non arrossiva, la fase delle gote rosse era ormai passata da tempo<br />
«Cosa vuoi che mi ricordi ***! Sono passati dieci anni!»<br />
«So che menti. E prima o poi me lo dirai» e squadrandola tornò da dove era venuto. Adele sospirò stringendosi una mano sul petto.</p>
<h2 style="text-align: center;">There is something, i see in you, it might kill me.</h2>
<h2>0</h2>
<p>La cena fu lunga e faticosa per Adele, dovette sostenere il suo sguardo tutto il tempo ed il fatto che le sedesse di fronte certo non l’aiutava affatto. Mentre era in cucina, intenta a lavare i piatti della serata udì il suo passo nel corridoio e volse appena il capo quando lui comparve sulla porta.<br />
«Ti aiuto?» domandò il ragazzo con voce roca, lei annuì e gli fece posto accanto al lavandino; i loro gomiti sbatterono più di una volta ma ne lui, ne Adele ci fecero caso, presi com’erano ad assaporare quel breve e fugace momento. Adesso, come allora, Adele sapeva che lui, sarebbe stato sempre l’unico ed il solo. Avrebbe amato altri forse, ma lui, lui sarebbe stato l’uomo solo per lei.<br />
«Ti dissi ti amo»<br />
«Prego?» domandò il ragazzo lasciando cadere una forchetta nel lavello, lei rise leggermente sottovoce<br />
«Dissi “Marcello ti amo”» ripetè osservandolo; lui la fissò, il labbro superiore gli tremava leggermente.<br />
«Perché non lo ripetesti allora? Perché fingesti di aver solo finto di parlare?»<br />
«Perché non aveva senso allora come non ne ha adesso. Ma, mi pareva un buon momento per dirlo»<br />
«Adele. Allora io…»<br />
«Non. Non farlo. E’ stato tanto tempo fa, e va bene così. Davvero, ormai la bambina che ero non c’è  più, l’ho perduta quando ve ne siete andati voi. E non tornerà mai»<br />
«Ma io. Adele. Tu non sai» tentò di dire lui, ma Adele ancora una volta lo zittì<br />
«Non so e non voglio sapere. Qualunque cosa fosse allora non è adesso. Adesso conta solo quel che fai ora».<br />
Marcello non seppe mai se lei intendeva letteralmente “ora” ma di certo non fu uno sprovveduto, si abbassò su di lei, le labbra piegate in un sorriso. La baciò.<br />
E quel bacio aveva un sapore d’innocenza, aveva il sapore di un primo amore anche se, per ragioni temporali, primo non era per entrambi. Quando le loro labbra si staccarono, lui sorrise e lei pensò alla piccola Adele, seduta sul bordo della piscina a piangere per il suo cuore spezzato.</p>
<h2 style="text-align: center;">I want it to be true.</h2>
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