disintegration.

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Miryam talks to strangers, thinks her life's in danger.

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  • Right! Right! Right! Left! Right!

    21 giugno 2010 @ 12:40 am

    Iniziamo il post con il sospiro disperato di rito: AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH.
    - DEVO passare tutti gli esami
    - Devo stilare una lista di cose da fare dopo la “laurea” (???) triennale
    - In cima ci sarà abbracciare la prima persona che mi capiterà davanti dopo la discussione della tesi
    - Perciò spero che il primo che mi capiterà davanti non sarà Psycho, perché non potrei abbracciarlo
    - Voglio passare gli esami
    - Non ho ancora sfiorato il materiale della tesi, neanche con lo sguardo… il prof mi avrà data per dispersa
    - We put one foot in front of the other, we move like we ain’t got no other, we go when we go, we’re marching on
    - Essere monogama invano è orribile
    - Mi rifiuto di capire come funziona il cervello degli uomini
    - Mi rifiuto di capire come funziona il cervello delle donne
    - Mi rifiuto di capire, in ultima analisi, come funziona il cervello della gente in generale
    - Domani devo studiare e non ho voglia di andare a dormire, perché quando mi sveglierò dovrò studiare
    - Mi rifiuto di capire come va il mondo
    - Voglio liberarmi della sessione estiva
    - Se vado a dormire, quindi, accelero l’avvento della fine della sessione estiva!
    - Mi sa che devo proprio dormire… notte.



    Do I wish I’ve never known you at all?

    12 giugno 2010 @ 7:52 pm

    Io ti ho aperto ogni mia porta, ma tu?
    È facile sbattere la porta in faccia. Il problema è che bisognerebbe avere la coerenza di lasciarla chiusa, dopo.
    Tu, invece, torni sempre ad aprire, mi fai entrare; poi mi mandi fuori di nuovo. Quando torni ad aprire la porta, io sono sempre lì dietro, ad aspettare quel momento. Ed è inutile che ti dica la solita frase fatta, “un giorno non mi troverai”; perché sarebbe bello (forse) se potesse essere così.
    Aprire la porta e cercarmi, scendere tutte le scale, arrivare fino in strada, correre, correre a perdifiato, cercare ovunque, e non trovarmi più. Da nessuna parte. Perché finalmente mi sono arresa con te e ho deciso di andarmene. Sarebbe bello, sarebbe idiota? Non importa conoscere la risposta, perché non c’è da preoccuparsene. Non succederà.
    Il problema è anche chi penso di trovare io, cosa penso di vedere ogni volta che entro in quella stanza. Sarà cambiata la disposizione dei mobili? Il colore delle pareti? Tu?
    No, è sempre tutto uguale. È solo che ogni volta ci vedo un po’ meglio, e ogni volta sono sempre più combattutta tra l’andarmene e il restare qui. E perché non riesco ad andarmene?
    Perché ho visto qualcosa di buono, in te?
    Cosa c’è di buono?
    Perché continuo a sperare in qualcosa di buono?
    Io non voglio niente. Non voglio cambiarti. Non voglio trovare definizioni. Odio le definizioni. Amici, nemici, quello che ti pare. Voglio riceverti così. Ho aperto tutte le mie porte a te, così per come sei.
    Non devi essere niente. Con me non devi essere nient’altro che te stesso: stupido, idiota, vile. Voglio viverti, viverci, vivere tutto quello che succederebbe.
    Non voglio conoscerti solo per farmi un’idea di te per vedermi se vai bene o no, e poi scartarti. Non voglio e non lo vorrei mai.
    Voglio solo capire chi sei davvero. Perché sono stanca di pensare A e poi B e poi A e poi B e poi tornare ad A condotto alle sue estreme conseguenze.
    C’è bisogno per forza di tutta questa convenzionalità? A che serve porre freni? A che serve, se poco dopo cambi idea?
    A che serve sbattere qualcuno fuori di casa, se poi sai che tornerai indietro ad aprire la porta per controllare se c’è ancora, ad aspettarti cambiare idea?
    Perché hai bisogno di limiti? Non si può andare oltre i tuoi confini. Non si può parlare troppo tempo, perché poi, secondo le convenzioni, sarebbe troppo, e io non voglio che tu pensi che io sia troppo – tu non vuoi che io pensi che io sia autorizzata ad essere troppo. Non si può passare un po’ di tempo in silenzio, perché bisogna stare, parlarsi, vedersi, con quella giusta frequenza. Quella di due persone che si conoscono ancora da troppo poco tempo (secondo te). Non si può avere voglia di vedersi, perché per qualche stupida convenzione se qualcuno chiede all’altro di vedersi diventa di nuovo troppo e io non voglio che tu pensi che io sia troppo – né tu vuoi che io pensi di essere autorizzata ad essere il tuo troppo.
    Non mi stanco. Mi fermo a pensare, mi logoro di pensieri, mi dispero, mi faccio domande, ma non mi stanchi. Stupido, idiota, vile: non mi stanchi.
    Più mi lasci entrare, più ti conosco, più capisco chi veramente sei, più ti lascio entrare. Nonostante tutto.
    Nonostante tutto: è questo il problema.



    Studiare latino ha i suoi lati piacevoli

    3 giugno 2010 @ 6:18 pm

    iam loquaces ore rauco stagna cygni perstrepunt:
    adsonat Terei puella subter umbram populi,
    ut putes motus amoris ore dici munisco,
    et neges queri sororem de marito barbaro:
    illa cantat, nos tacemus. quando uer uenit meum?
    Quando fiam uti chelidon ut tacere desinam?
    perdidi Musam tacendo, nec me Phoebus respicit.
    sic Amyclas, cum tacerent, perdidit silentium.

    cras amet qui numquam amavit quique amavit cras amet.

    Già i cigni ciarlieri strepitano per gli stagni con la roca voce;
    risponde sotto l’ombra del pioppo la fanciulla di Tereo,
    tanto che penseresti che moti d’amore siano espressi con il becco canoro,
    e diresti che la sorella non si lamenti a causa del barbaro marito:
    ella canta, noi taciamo. Quando viene la mia primavera?
    Quando diventerò come la rondine sì da smettere di tacere?
    Ho perduto tacendo la mia Musa, e Febo non si volta più a guardarmi.
    Così Amicla, poiché taceva, il silenzio mandò in rovina.

    Ami domani chi non ha mai amato e chi ha amato ami domani.

    [Pervigilium Veneris, vv. 81-93]



    A presto, spero.

    1 giugno 2010 @ 12:50 am

    Ho perso la cognizione del tempo, ma sul serio. Del tipo che ogni settimana arrivo al venerdì convinta che sia ancora lunedì O_O. Ho ammaronato pure The Game! Bah.
    La mia vita procede (???) ed è bitematica. Nel senso che i miei più grandi problemi sono due, al momento: l’università (di cui mi rifiuto di parlare) e gli uomini. È che ho un talento pazzesco nel beccare gli psicopatici più pazzi schizofrenici, e di innamorarmene perdutamente poi. Voi non avete proprio idea, visto che non ne parlo mai se non in termini cuoriciosi, idilliaci (?) eccetera eccetera.
    Precisiamo: molti dicono che sia io che me li vado a cercare. No, non sono io. Sono sempre stati loro a trovare me. E poi all’inizio sembrano tutti normali! Poi… poi quello ti costringe ad ascoltare metal inascoltabile, quell’altro sembra coltissimo e poi è un analfabeta, quell’altro è un feticista delle unghie, quell’altro va in giro convinto di essere un vampiro, quell’altro è emo nell’animo.
    Sono tutte storie vere, non me le sto inventando.
    Il problema è che, di solito, dopo un tempo massimo di sei mesi, mi sono sempre disinnamorata di tutti gli esseri anomali. Stavolta la legge dei sei mesi non sembra funzionare… anzi.
    Ok, parliamo d’altro.
    No, scherzavo. Ho sonno e posterò perché non voglio lasciare questo post tra le bozze incompiute :D.



    Day 12 — Whatever tickles your fancy

    13 maggio 2010 @ 11:32 pm

    «Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze.»

    Quanto sono importanti, realmente, le coincidenze?
    Io non ho mai creduto alle coincidenze. Probabilmente perché penso per piani prestabiliti praticamente da quando sono nata. Devo pianificare tutto, preparare liste, scalette, riempire tutti i buchi delle mie giornate e i minuti liberi. Non sono mai riuscita a lasciare qualcosa al caso, e quando sono stata costretta ad aspettare senza fare niente sto malissimo. E così il pensiero che ci sia un piano superiore prestabilito – chiamatelo destino, Dio, o quello che vi pare – mi ha sempre rassicurata. Il mio problema è che non ci credo solo quando le cose vanno male. Non ho mai pensato “era destino” quando mi è andato storto qualcosa, mai. Ho sempre dato la colpa a me e alla mia incapacità di gestire la situazione, oppure alla stupidità degli altri – anche se non erano stupidi davvero, ma con qualcuno dovevo pur prendermela!
    Il mio problema più grande è che credo nel destino. Credo che ognuno di noi sia stato creato e sia nato per fare qualcosa, ciò che più gli si addice. Credo che tutti noi ci incontriamo per destino. Credo che se un giorno amerò qualcuno sarà perché il destino ci ha portati a farci incontrare… e, di conseguenza, quando le cose vanno male, continuo a credere e sperare che riuscirò a raggiungere ciò che desidero, che riuscirò a vedere le cose andare finalmente bene con qualcuno: confido nel destino, ecco. Se adesso è tutto uno schifo non devo preoccuparmi: alla fine ciò per cui sono stata destinata arriverà, e io sarò felice, per forza. Mi illudo che tutto finirà per andare bene, che troverà un suo corso, una sua sistemazione, e che alla fine anche se non ci sarà un lieto fine riuscirò a costruirmelo io.
    Ok, quest’ultima cosa è in contraddizione con tutto il discorso che ho fatto fino ad ora. Anziché vantarmi in giro di essere strana e complicata per mascherare la mia incoerenza, lo ammetto: sono incoerente, ho una mente umana limitata che non regge ai ragionamenti troppo complessi, e poi perde il filo, e poi si sa che la mente e il cuore vogliono sempre cose diverse, perciò ecco: non sono strana, sono solo umana, incoerente, imperfetta, contraddittoria.
    Leggendo le parole che ho citato all’inizio del post, ho rivalutato la parola coincidenza. Nella mia testa è avvenuta una specie di risemantizzazione delle parole caso e coincidenza.
    Perciò, adesso, sono divisa. Dovrei rinunciare alle mie secolari convinzioni sul destino, oppure ammettere che parlare di destino serve solo a tenermi calma, a pensare che il caso sia controllabile e tutto il resto?
    Perché, tra l’altro, lo devo ammettere: per me non c’è amore senza coincidenze. Con l’ultima persona di cui mi sono innamorata ci sono state una valanga di coincidenze. Più coincidenze ci sono e più è amore, è questa la regola – lo ammetto – anche per la mia testa.
    Però, effettivamente, perché iniziasse tutto è bastata una coincidenza. Quel giorno non avrei dovuto essere lì. Anzi, avrei dovuto essere da tutt’altra parte. Perché proprio quella panchina?
    Avrei fatto meglio a restare a casa ed evitare la coincidenza. Ne sono sempre più convinta.

    Scusate gli errori, ma non ho ancora voglia di rileggere :P

    The Game – Rules here!