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  • La sessione estiva attentò ripetutamente al mio cervello

    25 luglio 2010 @ 10:59 pm

    Spesso ci dispiace perdere. Vorremmo solo vincere. Spesso non siamo soddisfatti del modo in cui vinciamo; cominciamo a biasimare noi stessi, oppure – cosa molto più facile – gli altri.
    Cos’è perdere, di fronte a chi non ha la possibilità di gareggiare, e quindi non ha la possibilità né di perdere, né di vincere? Che importa di quanto prima arriviamo, di quanto corriamo meglio rispetto agli altri? L’importante non è avere una strada e un paio di gambe per correre?
    Abbiamo il diritto di arrenderci, se c’è chi vorrebbe davvero poter correre e non ha, a differenza nostra, la possibilità di farlo?
    La vita sa essere molto ironica, ma la sua ironia non mi piace per niente.



    -.- oh

    20 luglio 2010 @ 11:40 pm

    Ma buongiorno (alle 23.35????????) ^_^!
    Un mese esatto di assenza. Ma è stata causa di lingua latina e poi di letteratura latina, so pardon me please!
    In questo mese è successo (tanto per cambiare) tutto e niente. Ho fatto questi due esami, ho detto (quasi del tutto) addio alla mia vita sociale per un po’, mi sono incazzata sempre per le stesse cose/persone/situazioni (perché uso il plurale poi, se è sempre la stessa cosa, la stessa persona e la stessa situazione? bah).
    C’è stato un giorno in cui ho avuto voglia di postare, e cioè quando una ragazza della mia facoltà è rimasta ferita in una sparatoria. Poi però certe dichiarazioni e certi contesti mi hanno fatto perdere ancora di più la pazienza, perciò ho preferito mantenere un po’ di saggio e sacro silenzio. Spero solo che si riprenda – ci sono buone speranze, anche se sarà faticoso per lei – e che riesca a tornare a una vita normale e a realizzare tutto ciò che desidera. Comunque non è tanto normale, mafia o non mafia. La frase che ho sentito di più è stata: “Poteva esserci chiunque di noi… lei si è trovata al posto sbagliato al momento sbagliato.”
    Ok, poteva esserci chiunque. È stata la prima cosa che ho pensato. Io una settimana prima ero lì a quell’ora, e ci passo tutti i giorni. Quel giorno c’erano lì anche tante persone che conoscevo, e sarebbe potuto succedere anche a loro.
    Ma non era al posto sbagliato al momento sbagliato; stava uscendo dall’università dopo aver dato un esame. È il posto sbagliato al momento sbagliato?
    A Catania sì. Ma a Catania può succedere di tutto, si sa. Tanto che dalle mie parti, quando bisogna etichettare qualcosa di strano che sfida tutte le leggi della logica e della comprensione umana, si dice “i cosi i Catania”. Eh, appunto. NO COMMENT, davvero.
    Bah. Che altro poi? Ah sì, sono usciti i bandi dei colloqui per la specialistica e io DO NOT WANT. Poi oggi sono andata a prendermi i moduli da consegnare per la laurea. E pure a farmi cancellare un esame che non avevo mai sostenuto, ma che secondo la segreteria avevo fatto. Ho perso tipo una taglia e mezzo, e tutti i jeans che avevo APPENA comprato ora mi stanno stralarghi. Devo ingrassare di nuovo. Provvederò.
    Vabbè, stasera sono troppo nervosa per scrivere un post sensato -.- volevo solo lamentarmi un po’ e rendervi noto che ancora esisto. Vadoes.



    Right! Right! Right! Left! Right!

    21 giugno 2010 @ 12:40 am

    Iniziamo il post con il sospiro disperato di rito: AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH.
    - DEVO passare tutti gli esami
    - Devo stilare una lista di cose da fare dopo la “laurea” (???) triennale
    - In cima ci sarà abbracciare la prima persona che mi capiterà davanti dopo la discussione della tesi
    - Perciò spero che il primo che mi capiterà davanti non sarà Psycho, perché non potrei abbracciarlo
    - Voglio passare gli esami
    - Non ho ancora sfiorato il materiale della tesi, neanche con lo sguardo… il prof mi avrà data per dispersa
    - We put one foot in front of the other, we move like we ain’t got no other, we go when we go, we’re marching on
    - Essere monogama invano è orribile
    - Mi rifiuto di capire come funziona il cervello degli uomini
    - Mi rifiuto di capire come funziona il cervello delle donne
    - Mi rifiuto di capire, in ultima analisi, come funziona il cervello della gente in generale
    - Domani devo studiare e non ho voglia di andare a dormire, perché quando mi sveglierò dovrò studiare
    - Mi rifiuto di capire come va il mondo
    - Voglio liberarmi della sessione estiva
    - Se vado a dormire, quindi, accelero l’avvento della fine della sessione estiva!
    - Mi sa che devo proprio dormire… notte.



    Do I wish I’ve never known you at all?

    12 giugno 2010 @ 7:52 pm

    Io ti ho aperto ogni mia porta, ma tu?
    È facile sbattere la porta in faccia. Il problema è che bisognerebbe avere la coerenza di lasciarla chiusa, dopo.
    Tu, invece, torni sempre ad aprire, mi fai entrare; poi mi mandi fuori di nuovo. Quando torni ad aprire la porta, io sono sempre lì dietro, ad aspettare quel momento. Ed è inutile che ti dica la solita frase fatta, “un giorno non mi troverai”; perché sarebbe bello (forse) se potesse essere così.
    Aprire la porta e cercarmi, scendere tutte le scale, arrivare fino in strada, correre, correre a perdifiato, cercare ovunque, e non trovarmi più. Da nessuna parte. Perché finalmente mi sono arresa con te e ho deciso di andarmene. Sarebbe bello, sarebbe idiota? Non importa conoscere la risposta, perché non c’è da preoccuparsene. Non succederà.
    Il problema è anche chi penso di trovare io, cosa penso di vedere ogni volta che entro in quella stanza. Sarà cambiata la disposizione dei mobili? Il colore delle pareti? Tu?
    No, è sempre tutto uguale. È solo che ogni volta ci vedo un po’ meglio, e ogni volta sono sempre più combattutta tra l’andarmene e il restare qui. E perché non riesco ad andarmene?
    Perché ho visto qualcosa di buono, in te?
    Cosa c’è di buono?
    Perché continuo a sperare in qualcosa di buono?
    Io non voglio niente. Non voglio cambiarti. Non voglio trovare definizioni. Odio le definizioni. Amici, nemici, quello che ti pare. Voglio riceverti così. Ho aperto tutte le mie porte a te, così per come sei.
    Non devi essere niente. Con me non devi essere nient’altro che te stesso: stupido, idiota, vile. Voglio viverti, viverci, vivere tutto quello che succederebbe.
    Non voglio conoscerti solo per farmi un’idea di te per vedermi se vai bene o no, e poi scartarti. Non voglio e non lo vorrei mai.
    Voglio solo capire chi sei davvero. Perché sono stanca di pensare A e poi B e poi A e poi B e poi tornare ad A condotto alle sue estreme conseguenze.
    C’è bisogno per forza di tutta questa convenzionalità? A che serve porre freni? A che serve, se poco dopo cambi idea?
    A che serve sbattere qualcuno fuori di casa, se poi sai che tornerai indietro ad aprire la porta per controllare se c’è ancora, ad aspettarti cambiare idea?
    Perché hai bisogno di limiti? Non si può andare oltre i tuoi confini. Non si può parlare troppo tempo, perché poi, secondo le convenzioni, sarebbe troppo, e io non voglio che tu pensi che io sia troppo – tu non vuoi che io pensi che io sia autorizzata ad essere troppo. Non si può passare un po’ di tempo in silenzio, perché bisogna stare, parlarsi, vedersi, con quella giusta frequenza. Quella di due persone che si conoscono ancora da troppo poco tempo (secondo te). Non si può avere voglia di vedersi, perché per qualche stupida convenzione se qualcuno chiede all’altro di vedersi diventa di nuovo troppo e io non voglio che tu pensi che io sia troppo – né tu vuoi che io pensi di essere autorizzata ad essere il tuo troppo.
    Non mi stanco. Mi fermo a pensare, mi logoro di pensieri, mi dispero, mi faccio domande, ma non mi stanchi. Stupido, idiota, vile: non mi stanchi.
    Più mi lasci entrare, più ti conosco, più capisco chi veramente sei, più ti lascio entrare. Nonostante tutto.
    Nonostante tutto: è questo il problema.



    Studiare latino ha i suoi lati piacevoli

    3 giugno 2010 @ 6:18 pm

    iam loquaces ore rauco stagna cygni perstrepunt:
    adsonat Terei puella subter umbram populi,
    ut putes motus amoris ore dici munisco,
    et neges queri sororem de marito barbaro:
    illa cantat, nos tacemus. quando uer uenit meum?
    Quando fiam uti chelidon ut tacere desinam?
    perdidi Musam tacendo, nec me Phoebus respicit.
    sic Amyclas, cum tacerent, perdidit silentium.

    cras amet qui numquam amavit quique amavit cras amet.

    Già i cigni ciarlieri strepitano per gli stagni con la roca voce;
    risponde sotto l’ombra del pioppo la fanciulla di Tereo,
    tanto che penseresti che moti d’amore siano espressi con il becco canoro,
    e diresti che la sorella non si lamenti a causa del barbaro marito:
    ella canta, noi taciamo. Quando viene la mia primavera?
    Quando diventerò come la rondine sì da smettere di tacere?
    Ho perduto tacendo la mia Musa, e Febo non si volta più a guardarmi.
    Così Amicla, poiché taceva, il silenzio mandò in rovina.

    Ami domani chi non ha mai amato e chi ha amato ami domani.

    [Pervigilium Veneris, vv. 81-93]